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percorso

Dalla carta alla pelle il frottage pittorico di Enzo Mari trasferisce la traccia degli eventi dal mondo della natura al mondo dell'uomo.

Enzo Mari ha sempre fatto della pittura una sorta di significativa metafora del suo affronto della vita e del mondo. Da sportivo e da amante della natura, in intima compromissione con la concretezza delle cose, ha sempre colto gli aspetti più vitali e metamorfici del rapporto col reale. E' significativo che tale soglia metamorfica sia stata individuata principalmente nell'artificio della carta e nella natura della pelle, in un graduale passaggio, dall'ambiente, alle cose e all'uomo, cioè dalla dimensione dello spazio a quella del tempo, ovverossia, in ultima analisi, dalla natura alla storia.

Tutto ciò si è, potremmo proprio dirlo, incarnato nel frottage pittorico, che prima di essere una tecnica, per l'artista viene inteso quasi come una metafora della pittura. Ne viene fuori una rinnovata matericità, che, superando il momento informale, diviene una sorta di tattilità visiva, pregnante e spettacolare, ed in contrapposizione all'algida perfezione delle immagini prodotte dai moderni mezzi di comunicazione.
Enzo Mari si è formato nell'Istituto Statale d'Arte di Trieste, e proprio nel momento in cui in tale ambiente veniva proposta la meditazione sulla pittura materica, sia rappresentativa (di paesaggio e di figura) sia allusivamente astratta. Particolare attenzione l'artista pose alla restituzione, coi mezzi dell'allusività e della matericità, dell'ambiente carsico minacciato dalla catastrofe ecologica. Ma tale tematica, invece di risolversi in una visione desolatamente drammatica, sapeva rivestirsi di un luminismo cromatico teneramente confidente, che induceva ad un senso di pacificata speranza.
Il momento successivo (e qui avvenne l'incontro con i colleghi del Gruppo &) fu il passaggio dal generale al particolare. Infatti l'artista immaginò di raccogliere con fastidio una cartaccia gettata in Carso da un distratto turista domenicale. Dopo un iniziale moto di indignazione ecologica, la cartaccia osservata nella sua natura originaria e negli accidenti connessi alla sua manipolazione. rivelava la propria storia per quanto vi era impresso di naturale o dii artificiale.
E così la carta diveniva il luogo dove si raccoglievano gli umori e le tracce della natura e quelle dell'artificio.
II senso spettacolare del rilievo viene reso sul piano dalla tecnica del frottage pittorico, che è un modo di tradurre sulla superficie, e quindi in una dimensione virtuale, la corporeità effettuale di un rilievo a cui è come se fosse stata tolta la pelle e trasportata altrove, un po' come avviene nello strappo dell’affresco.
Infatti di quest'ultimo, trasferita la pellicola pittorica, rimane sul muro la traccia della sinopia, allo stesso modo che dell'operazione del frottage rimane il rilievo di partenza. Infatti l'operazione del frottage consiste in questo: l'artista appronta un bassorilievo in un materiale plastico e lo copre con una superficie (tela o carta e simili) su cui spruzza il colore. La superficie colorata, strappata dal rilievo su cui si era formata, diviene così l'opera pittorica, che si porta dietro l'impronta e la memoria dell'operazione plastico-pittorica.
La cartaccia, prelevata dall'ambiente carsico, e attraverso la tecnica del frottage, indagata nella sua mordente cromia, diventa il luogo metaforico della memoria dove l'indignazione ecologica si trasforma in accorata nostalgia di un incontro con la terra, l'erba ed il sasso nel segno di una rinnovata comunione con la natura.

All'inizio degli anni ottanta (e l'esperienza fu documentata nella Biennale di Bibione) Enzo Mari seri il bisogno di riportare la cartaccia nella natura da cui era partita attraverso una serie di installazioni ed interventi concettuali, tra cui anche alcune esperienze particolari quali la cartaccia sonora, che produceva quasi il brontolio di un temporale lontano e la cartaccia metallica esposta nella Rassegna Internazionale del Ferro Battuto di San Marino.
L'approfondimento concettuale portò ad una meditazione, favorita anche dall'allestimento, insieme ai colleghi del Gruppo & della così detta «Colonna Postmoderna» presentata nel 1985 nella galleria Malcanton di Trieste. Tale meditazione portò a continuare l'uso del frottage passando dalla carta alla pelle: ovverosia da un luogo di accidenti inanimato ad uno animato, che al disotto racchiudeva il fermentare dell'umanità.
Ci sono alcune opere, subito dopo la metà degli anni ottanta, intitolate «cartapelle» in cui il passaggio dalla carta alla pelle è talmente naturale che vi è una sorta di identificazione. Da principio la pelle, come la cartaccia, divenne una sorta di dettaglio di quel particolare paesaggio del volto, che è la fisionomia. per quanto appare all'esterno. La pelle divenne così il punto in cui s'incontrano le pulsioni psichiche interiori e le influenze del mondo esterno, portandosi dietro anche le tracce degli eventi che hanno influito sul modo di apparire della pelle stessa.
Allora la pelle del volto si configurò come una sorta di sindone, idea che fu anche attuata con successo in occasione di alcune mostre di arte sacra. E' evidente che all'inizio la sindone era relativa ad un volto individuale e ben determinato, ma nel prosieguo del tempo, divenne una sorta di spettacolare icona della memoria storica, nel ricupero di tematiche sia religiose che, per la maggior parte, culturali. La sindone assunse allora l'aspetto e la forma di uno stendardo, in cui il tema della memoria storica e culturale divenne ancora più evidente.

Col dilatarsi della tecnica in una visione più articolata del frottage, nell'ultima produzione di Enzo Mari vengono ad essere compresenti, nella stessa opera, i concetti di pelle, di sindone e di stendardo. portando all'unità, per la verità ambigua ed inquietante, il momento particolare e quello generale, ovverosia la dimensione individuale e quella storica.

 

Trieste, 15-20 maggio 1998, lunacalante

Nell’ultima produzione Enzo E.Mari ha voluto mostrarci cosa c’è sotto la pelle dipinta e segnata, ha risparmiato un lacerto di essa e ci ha fatto vedere il gesso marchiato dalla notizia di stampa, il piombo portatore della più grave corporeità plastica, il fermentare organico di un’inquietante platea di semi di girasole o di piccoli rami che inevitabilmente affiorano in superficie nel cromatismo degli occhi, fino al vetro scorticato della sua pelle dipinta in una figura fantasmatica dove sostanza, apparenza ed accidente si confondono nell’allusività di un’immagine destinata a svanire nella luce.

Trieste, 1-4 maggio 2008, lunacalante
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