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Le opere di Enzo E. Mari esposte in occasione di questa mostra fanno parte del suo ciclo produttivo realizzato con la tecnica del frottage. I soggetti sono per lo più volti che vengono rappresentati con connotazioni tridimensionali grazie a questa prassi pittorica: Mari realizza in primo luogo dei basso rilievi sui quali successivamente applica tessuti di varia natura che vengono pittoricamente elaborati. Le rappresentazioni di quei ritratti assumono connotati di iconicità e, grazie a quest’aurea acronica, le opere possono essere facilmente accostate a delle maschere. Eppure nell’osservarle il fruitore percepisce la corporeità di quei dipinti, le stoffe infatti, assieme alla materialità della pittura, ricreano un effetto estremamente simile a quello della cute. Dai dipinti emerge dunque in modo dirompente la trasfigurazione della maschera nel personaggio, e il fruitore percepisce la fisionomica organicità del soggetto. Il connubio tra la stoffa e la pelle rende quei personaggi vestibili da chi li osserva, con la tensione dell’individuo dettata dal sentimento empatico. Quest’ultimo è il concetto sotteso alla produzione tragica greca: lo spettatore si rispecchia nei protagonisti e attraverso le loro vicissitudini ottiene per sé la catarsi, grazie a un processo immedesimazione. Le opere di Mari permettono dunque di percepire la fisicità di questo processo, che si evolve in chiave contemporanea in quel desiderio, non sempre ottemperabile, di comprendere il non detto del punto di vista altrui. D’altra parte nel porsi di fronte a quei volti, i ritratti divengono specchio di chi li osserva, richiamato anche solo da un dettaglio consueto ma “uscire dalla pelle dell’[uomo] significava ritrovarsi senza pelle. Più che nudo: scorticato.” Sono le parole di Emmanuel Carrere che evidenziano quanto possa essere complesso, dopo aver visto un po’ di sé nell’altro, nell’opera, allontanarsi da ciò che è stato scoperto.